Quali nuovi mondi musicali possono aprire il flauto e la chitarra elettrica?
Come può la musica contemporanea ed elettronica “abitare” un museo?
E – viceversa – come potrebbe diventare musica ed evolversi sinesteticamente la suggestione scaturita da un oggetto di design o da un intonarumori futurista?

Siamo due musiciste milanesi dedite da diversi anni alla sperimentazione musicale e la nostra missione è dare voce agli autori e autrici del nostro tempo. Per il 2024 stiamo preparando il progetto discografico METALLICUM per l’etichetta discografica Stradivarius, che vuole proporre un’inedita antologia sul repertorio per flauto e chitarra elettrica, tra musica colta, elettronica e instant improvisation.
Attraverso il progetto METALLICUM – concerto + workshop, vorremmo dunque potere far conoscere il nostro progetto ad un pubblico sempre maggiore, di diverse età e fuori dai circuiti classici degli appassionati, facendolo partecipare più consapevolmente al mondo musicale che proponiamo. Per questo abbiamo pensato di presentare il nostro progetto in forma di concerto, ma associandolo ad un nuovo tipo di workshop, strettamente basato sui concetti di cross-mediale e sinestesia, e connesso con gli spazi museali che ci ospiteranno, ovvero l’ADI Design Museum, NoMus, il MUMAC e l’ecomuseo Adda di Leonardo.

Questi luoghi di cultura diventeranno un parco creativo, dove le diverse collezioni conservate (oggetti di design, intonarumori, macchine del caffè, invenzioni leonardesche) si trasformeranno in preziosa fonte di nuove “partiture” immaginifiche a cura dei partecipanti al workshop. Essi saranno dapprima guidati attraverso esercizi di ascolto, pratica e traduzione sinestesica di immagini e oggetti, per poi diventare protagonisti e creatori di una traccia audio elettronica ispirata ad uno o più oggetti di questi spazi museali, attraverso una strumentazione simile ma più semplice e user friendly rispetto a quella poi impiegata da noi nel concerto che seguirà il workshop.


L’obiettivo è triplice: da un lato avvicinare al nostro prodotto musicale il pubblico, facendogli toccare con mano il lavoro di sound processing e condividendo lo stesso processo creativo di noi musiciste. Dall’altro si invita il pubblico a scoprire e vivere spazi museali giovani come ad esempio i musei d’impresa. Infine le sonorizzazioni frutto del workshop potranno restare come testimonianza agli stessi musei coinvolti nel progetto.

A cura di:
Laura Faoro, flauti e flauto elettrico
Silvia Cignoli, chitarre, chitarra elettrica, elettronica

Performance interattiva di danza e musica per bambini* 1-3 anni e genitori


Qui si gioca con le mani
Qui si gioca con i piedi
Con la testa
Con il cuore
Braccia e gambe
E suoni lievi


Un gioco che inizia che fine fa?
Il mondo che gira
quante storie sa?
E noi
questo gioco siam venuti a giocare
Ascoltati
Seguimi
Si comincia a DANZARE.

PLAYJAM è una performance di danza e musica aperta a tutti e tutte con un particolare sguardo alla fascia 1-3. Un evento in cui poter vivere la danza a 360 gradi, da spettatori ma anche da attori, ossia “agendo” la propria danza.

Dopo una piccola introduzione sulle “regole di fruizione”, il pubblico entra nello spazio, accolto da una musica che richiama un luogo acquatico. Adulti/e e Bambini/e sono invitati a prendere posto sedendosi su dischi di gommapiuma azzurra disposti a cerchio nello spazio. Due danzatrici e un musicista sono le figure che ci accompagneranno in questo viaggio fatto di suoni, danze e giochi.
Si inizia osservando la danza e ascoltando le sonorità live. Come cerchi nell’acqua prendono forma piccole interazioni con il pubblico: sguardi, tocchi, giochi delicati a cui si viene invitati dal posto. L’energia cresce sempre più tra i tre performer fino a che le azioni portano a decostruire il cerchio di tondi azzurri e il gruppo è invitato a costruire insieme un nuovo mondo, fatto di suoni, movimenti, decisioni prese nell’istante. L’improvvisazione collettiva si conclude in un grande rilassamento finale in cui tornano i suoni acquatici e delicati dell’inizio e un canto che sa della voce della mamma quando eravamo nella sua pancia.

A condurre l’improvvisazione c’è il tema del gioco: come nasce un gioco? da dove comincia? dove finisce? come si passa da un gioco all’altro? Abbiamo individuato nel gioco una chiave per riuscire a far danzare genitori e bambin*. Quando il contenitore è chiaro, è più facile agire al suo interno. Un gioco silenzioso, senza regole dette, fatto solo di corpi, movimenti e suoni.
Il suono è in relazione alla danza e viceversa. Alcuni degli strumenti musicali sono stati costruiti appositamente per Playjam dalla scenografa Claudia Broggi. E sono strumenti che si attivano attraverso il movimento.
Nel titolo abbiamo inserito la parola Jam, una pratica che ci caratterizza, perchè le nostre creazioni nascono da improvvisazioni proprio com’è tipico nelle Jam Session.
Jam Session è una definizione usata per lo più nell’ambito musicale, si riferisce ad un appuntamento estemporaneo o a cadenza regolare in cui i musicisti si ritrovano per improvvisare. L’improvvisazione prende il via a partire da un codice condiviso (griglie di accordi o temi conosciuti). Le Jam Session nascono come pratiche di intrattenimento del pubblico e come ritrovi sociali e artistici dei musicisti.

In questo momento storico, sentiamo la responsabilità di creare occasioni per stare insieme nella bellezza del linguaggio artistico che ci contraddistingue: la danza.
Intendiamo la danza come linguaggio creativo del corpo, lontano dall’idea di stili, tecnica e virtuosismi. Un canale comunicativo astratto, ma incarnato, che accomuna chiunque abbia un corpo.
Vorremmo con questo progetto destrutturare preconcetti legati all’arte coreutica che spesso allontanano e spaventano, uscendo da un’idea di performance, di risultato, di standard a cui tendere.
Partiamo dal presupposto che siamo tutte e tutti esseri danzanti, servono solo occasioni per sperimentarlo.
Proponiamo quindi un’esperienza da vivere con e sulla propria pelle.

La danza nasce da una relazione. La danza è relazione: con sé stessi, con lo spazio, con la musica o il silenzio, con il tempo, con gli oggetti. Con l’altro.
Siamo convinti del potere aggregativo della danza. Quando ci muoviamo per nostro tramite “danza” un’intera comunità, rubando le parole di Rupi Kaur.
Sperimentare l’essere parte di un organismo sociale, interconnessi, in un evento collettivo co-costruito, determinato dalle azioni istintive agite da ciascuno. Grandi e piccoli/e insieme.
Gli adulti non sono semplici accompagnatori, Play Jam è un’esperienza in cui ognuno può trovare il proprio posto e vivere un’esperienza significativa. Anzi, forse sono i bambini/le bambine che accompagnano i genitori a tuffarsi nella dimensione del gioco.

Il luogo in cui sarà proposta la PlayJam verrà vissuto in un modo innovativo e particolare. Come il mio corpo abita questo spazio e come questo spazio informa la mia danza rinnovandola in un dialogo multiforme?

Durata 45 minuti

Da un’idea di Luca Citron e Serena Marossi
Ideazione coreografica: Serena Marossi
Danzatrici: Laura Basterra Aparicio e Beatrice Pozzi
Musiche e sonorità live: Simone Moretti
Supervisione alla creazione: Makiko Ito (Wonderland Collectief-Olanda)
Oggetti sonori e disegno dello spazio: Claudia Broggi
Consulenza creativa e formazione fascia 0-3: Katia Pantalla
Con il sostegno di Dutch Performing Arts Fund e di Poste Italiane e Fondazione Cariplo
Con il supporto di Teatro Caverna, Teatro Prova, Teatro Pandemonium e Festival Danza Estate.

Performance interattiva di danza e musica per bambini* 1-3 anni e genitori


Qui si gioca con le mani
Qui si gioca con i piedi
Con la testa
Con il cuore
Braccia e gambe
E suoni lievi


Un gioco che inizia che fine fa?
Il mondo che gira
quante storie sa?
E noi
questo gioco siam venuti a giocare
Ascoltati
Seguimi
Si comincia a DANZARE.

PLAYJAM è una performance di danza e musica aperta a tutti e tutte con un particolare sguardo alla fascia 1-3. Un evento in cui poter vivere la danza a 360 gradi, da spettatori ma anche da attori, ossia “agendo” la propria danza.

Dopo una piccola introduzione sulle “regole di fruizione”, il pubblico entra nello spazio, accolto da una musica che richiama un luogo acquatico. Adulti/e e Bambini/e sono invitati a prendere posto sedendosi su dischi di gommapiuma azzurra disposti a cerchio nello spazio. Due danzatrici e un musicista sono le figure che ci accompagneranno in questo viaggio fatto di suoni, danze e giochi.
Si inizia osservando la danza e ascoltando le sonorità live. Come cerchi nell’acqua prendono forma piccole interazioni con il pubblico: sguardi, tocchi, giochi delicati a cui si viene invitati dal posto. L’energia cresce sempre più tra i tre performer fino a che le azioni portano a decostruire il cerchio di tondi azzurri e il gruppo è invitato a costruire insieme un nuovo mondo, fatto di suoni, movimenti, decisioni prese nell’istante. L’improvvisazione collettiva si conclude in un grande rilassamento finale in cui tornano i suoni acquatici e delicati dell’inizio e un canto che sa della voce della mamma quando eravamo nella sua pancia.

A condurre l’improvvisazione c’è il tema del gioco: come nasce un gioco? da dove comincia? dove finisce? come si passa da un gioco all’altro? Abbiamo individuato nel gioco una chiave per riuscire a far danzare genitori e bambin*. Quando il contenitore è chiaro, è più facile agire al suo interno. Un gioco silenzioso, senza regole dette, fatto solo di corpi, movimenti e suoni.
Il suono è in relazione alla danza e viceversa. Alcuni degli strumenti musicali sono stati costruiti appositamente per Playjam dalla scenografa Claudia Broggi. E sono strumenti che si attivano attraverso il movimento.
Nel titolo abbiamo inserito la parola Jam, una pratica che ci caratterizza, perchè le nostre creazioni nascono da improvvisazioni proprio com’è tipico nelle Jam Session.
Jam Session è una definizione usata per lo più nell’ambito musicale, si riferisce ad un appuntamento estemporaneo o a cadenza regolare in cui i musicisti si ritrovano per improvvisare. L’improvvisazione prende il via a partire da un codice condiviso (griglie di accordi o temi conosciuti). Le Jam Session nascono come pratiche di intrattenimento del pubblico e come ritrovi sociali e artistici dei musicisti.

In questo momento storico, sentiamo la responsabilità di creare occasioni per stare insieme nella bellezza del linguaggio artistico che ci contraddistingue: la danza.
Intendiamo la danza come linguaggio creativo del corpo, lontano dall’idea di stili, tecnica e virtuosismi. Un canale comunicativo astratto, ma incarnato, che accomuna chiunque abbia un corpo.
Vorremmo con questo progetto destrutturare preconcetti legati all’arte coreutica che spesso allontanano e spaventano, uscendo da un’idea di performance, di risultato, di standard a cui tendere.
Partiamo dal presupposto che siamo tutte e tutti esseri danzanti, servono solo occasioni per sperimentarlo.
Proponiamo quindi un’esperienza da vivere con e sulla propria pelle.

La danza nasce da una relazione. La danza è relazione: con sé stessi, con lo spazio, con la musica o il silenzio, con il tempo, con gli oggetti. Con l’altro.
Siamo convinti del potere aggregativo della danza. Quando ci muoviamo per nostro tramite “danza” un’intera comunità, rubando le parole di Rupi Kaur.
Sperimentare l’essere parte di un organismo sociale, interconnessi, in un evento collettivo co-costruito, determinato dalle azioni istintive agite da ciascuno. Grandi e piccoli/e insieme.
Gli adulti non sono semplici accompagnatori, Play Jam è un’esperienza in cui ognuno può trovare il proprio posto e vivere un’esperienza significativa. Anzi, forse sono i bambini/le bambine che accompagnano i genitori a tuffarsi nella dimensione del gioco.

Il luogo in cui sarà proposta la PlayJam verrà vissuto in un modo innovativo e particolare. Come il mio corpo abita questo spazio e come questo spazio informa la mia danza rinnovandola in un dialogo multiforme?

Durata 45 minuti

Da un’idea di Luca Citron e Serena Marossi
Ideazione coreografica: Serena Marossi
Danzatrici: Laura Basterra Aparicio e Beatrice Pozzi
Musiche e sonorità live: Simone Moretti
Supervisione alla creazione: Makiko Ito (Wonderland Collectief-Olanda)
Oggetti sonori e disegno dello spazio: Claudia Broggi
Consulenza creativa e formazione fascia 0-3: Katia Pantalla
Con il sostegno di Dutch Performing Arts Fund e di Poste Italiane e Fondazione Cariplo
Con il supporto di Teatro Caverna, Teatro Prova, Teatro Pandemonium e Festival Danza Estate.

Un parco.
Due donne si incontrano davanti ad una panchina, discutono sulle apparenti banalità della vita quotidiana e della maternità, esplorano la trasformazione dei loro corpi e delle loro esistenze.
Quest’incontro apparentemente quotidiano si rivela l’opportunità per osservare gioie e disagi del diventare adulte, genitrici di sé stesse: nel dolce tentativo di resa alla vita le due cercano di
svincolarsi dal senso canonico della maternità dando voce a vissuti femminili socialmente taciuti.

Le panchine nel luogo comune sono simbolo di riposo, pensione, fuorigioco, bivacco. Una mamma in panchina invece è in perenne movimento, fisico e interiore, come una sportiva che sa di dover entrare in campo da un momento all’altro.

– Vai, vai a giocare.
-Non da solo le scale!
-Bimbo! No eh!
-Quanto ha? Ma è altissimo
-Lo può mangiare il cespuglio?

Due donne sono sedute agli estremi di una panchina.
Guardano avanti con certa preoccupazione.
Si rivolgono a bimbə che non vedremo mai ma di cui percepiamo la presenza, parlano tra loro e a loro stesse in un doppio registro quotidiano e intimo, un “ a parte “ shakespeariano che liberi in scena il proprio percorso di rinascita dopo la maternità.

-Tutto ciò che indosso da quasi due anni ha i bottoni fino all’ombelico. O una
scollatura molto coraggiosa. Le mie tette sono l’acquisto di cui non mi sarei pentita
se le avessi comprate. Solo che avendole avute
gratis non le ho mai apprezzate granché.-

Nell’incontro ricercano la sorellanza, l’amicizia, la comprensione reciproca attraverso il linguaggio della trasformazione che permea l’esperienza del corpo delle donne a prescindere dalle esperienze di ognuna.

-Mi ricordo dello scossone che ho avuto.
Io dico che sono salita sul cometa parto e da quando sono tornata, ancora faccio fatica a camminare come prima. No, non fisicamente. Esistenzialmente. Calpesto la terra sotto I miei piedi con pesantezza. Sono diventata un albero. Qualcosa del genere.-

Il progetto nasce dalla necessità di indagare i confini tra vita adulta e infantile nel tentativo viscerale e goffo di osservare ciò che è troppo pubblico per arrivare al cuore di ciò che invece resta tragicamente privato.

Barbara Giordano e Ivna Lamart

Un parco.
Due donne si incontrano davanti ad una panchina, discutono sulle apparenti banalità della vita quotidiana e della maternità, esplorano la trasformazione dei loro corpi e delle loro esistenze.
Quest’incontro apparentemente quotidiano si rivela l’opportunità per osservare gioie e disagi del diventare adulte, genitrici di sé stesse: nel dolce tentativo di resa alla vita le due cercano di
svincolarsi dal senso canonico della maternità dando voce a vissuti femminili socialmente taciuti.

Le panchine nel luogo comune sono simbolo di riposo, pensione, fuorigioco, bivacco. Una mamma in panchina invece è in perenne movimento, fisico e interiore, come una sportiva che sa di dover entrare in campo da un momento all’altro.

– Vai, vai a giocare.
-Non da solo le scale!
-Bimbo! No eh!
-Quanto ha? Ma è altissimo
-Lo può mangiare il cespuglio?

Due donne sono sedute agli estremi di una panchina.
Guardano avanti con certa preoccupazione.
Si rivolgono a bimbə che non vedremo mai ma di cui percepiamo la presenza, parlano tra loro e a loro stesse in un doppio registro quotidiano e intimo, un “ a parte “ shakespeariano che liberi in scena il proprio percorso di rinascita dopo la maternità.

-Tutto ciò che indosso da quasi due anni ha i bottoni fino all’ombelico. O una
scollatura molto coraggiosa. Le mie tette sono l’acquisto di cui non mi sarei pentita
se le avessi comprate. Solo che avendole avute
gratis non le ho mai apprezzate granché.-

Nell’incontro ricercano la sorellanza, l’amicizia, la comprensione reciproca attraverso il linguaggio della trasformazione che permea l’esperienza del corpo delle donne a prescindere dalle esperienze di ognuna.

-Mi ricordo dello scossone che ho avuto.
Io dico che sono salita sul cometa parto e da quando sono tornata, ancora faccio fatica a camminare come prima. No, non fisicamente. Esistenzialmente. Calpesto la terra sotto I miei piedi con pesantezza. Sono diventata un albero. Qualcosa del genere.-

Il progetto nasce dalla necessità di indagare i confini tra vita adulta e infantile nel tentativo viscerale e goffo di osservare ciò che è troppo pubblico per arrivare al cuore di ciò che invece resta tragicamente privato.

Barbara Giordano e Ivna Lamart

Un parco.
Due donne si incontrano davanti ad una panchina, discutono sulle apparenti banalità della vita quotidiana e della maternità, esplorano la trasformazione dei loro corpi e delle loro esistenze.
Quest’incontro apparentemente quotidiano si rivela l’opportunità per osservare gioie e disagi del diventare adulte, genitrici di sé stesse: nel dolce tentativo di resa alla vita le due cercano di
svincolarsi dal senso canonico della maternità dando voce a vissuti femminili socialmente taciuti.

Le panchine nel luogo comune sono simbolo di riposo, pensione, fuorigioco, bivacco. Una mamma in panchina invece è in perenne movimento, fisico e interiore, come una sportiva che sa di dover entrare in campo da un momento all’altro.

– Vai, vai a giocare.
-Non da solo le scale!
-Bimbo! No eh!
-Quanto ha? Ma è altissimo
-Lo può mangiare il cespuglio?

Due donne sono sedute agli estremi di una panchina.
Guardano avanti con certa preoccupazione.
Si rivolgono a bimbə che non vedremo mai ma di cui percepiamo la presenza, parlano tra loro e a loro stesse in un doppio registro quotidiano e intimo, un “ a parte “ shakespeariano che liberi in scena il proprio percorso di rinascita dopo la maternità.

-Tutto ciò che indosso da quasi due anni ha i bottoni fino all’ombelico. O una
scollatura molto coraggiosa. Le mie tette sono l’acquisto di cui non mi sarei pentita
se le avessi comprate. Solo che avendole avute
gratis non le ho mai apprezzate granché.-

Nell’incontro ricercano la sorellanza, l’amicizia, la comprensione reciproca attraverso il linguaggio della trasformazione che permea l’esperienza del corpo delle donne a prescindere dalle esperienze di ognuna.

-Mi ricordo dello scossone che ho avuto.
Io dico che sono salita sul cometa parto e da quando sono tornata, ancora faccio fatica a camminare come prima. No, non fisicamente. Esistenzialmente. Calpesto la terra sotto I miei piedi con pesantezza. Sono diventata un albero. Qualcosa del genere.-

Il progetto nasce dalla necessità di indagare i confini tra vita adulta e infantile nel tentativo viscerale e goffo di osservare ciò che è troppo pubblico per arrivare al cuore di ciò che invece resta tragicamente privato.

Barbara Giordano e Ivna Lamart

Un parco.
Due donne si incontrano davanti ad una panchina, discutono sulle apparenti banalità della vita quotidiana e della maternità, esplorano la trasformazione dei loro corpi e delle loro esistenze.
Quest’incontro apparentemente quotidiano si rivela l’opportunità per osservare gioie e disagi del diventare adulte, genitrici di sé stesse: nel dolce tentativo di resa alla vita le due cercano di
svincolarsi dal senso canonico della maternità dando voce a vissuti femminili socialmente taciuti.

Le panchine nel luogo comune sono simbolo di riposo, pensione, fuorigioco, bivacco. Una mamma in panchina invece è in perenne movimento, fisico e interiore, come una sportiva che sa di dover entrare in campo da un momento all’altro.

– Vai, vai a giocare.
-Non da solo le scale!
-Bimbo! No eh!
-Quanto ha? Ma è altissimo
-Lo può mangiare il cespuglio?

Due donne sono sedute agli estremi di una panchina.
Guardano avanti con certa preoccupazione.
Si rivolgono a bimbə che non vedremo mai ma di cui percepiamo la presenza, parlano tra loro e a loro stesse in un doppio registro quotidiano e intimo, un “ a parte “ shakespeariano che liberi in scena il proprio percorso di rinascita dopo la maternità.

-Tutto ciò che indosso da quasi due anni ha i bottoni fino all’ombelico. O una
scollatura molto coraggiosa. Le mie tette sono l’acquisto di cui non mi sarei pentita
se le avessi comprate. Solo che avendole avute
gratis non le ho mai apprezzate granché.-

Nell’incontro ricercano la sorellanza, l’amicizia, la comprensione reciproca attraverso il linguaggio della trasformazione che permea l’esperienza del corpo delle donne a prescindere dalle esperienze di ognuna.

-Mi ricordo dello scossone che ho avuto.
Io dico che sono salita sul cometa parto e da quando sono tornata, ancora faccio fatica a camminare come prima. No, non fisicamente. Esistenzialmente. Calpesto la terra sotto I miei piedi con pesantezza. Sono diventata un albero. Qualcosa del genere.-

Il progetto nasce dalla necessità di indagare i confini tra vita adulta e infantile nel tentativo viscerale e goffo di osservare ciò che è troppo pubblico per arrivare al cuore di ciò che invece resta tragicamente privato.

Barbara Giordano e Ivna Lamart

Un parco.
Due donne si incontrano davanti ad una panchina, discutono sulle apparenti banalità della vita quotidiana e della maternità, esplorano la trasformazione dei loro corpi e delle loro esistenze.
Quest’incontro apparentemente quotidiano si rivela l’opportunità per osservare gioie e disagi del diventare adulte, genitrici di sé stesse: nel dolce tentativo di resa alla vita le due cercano di
svincolarsi dal senso canonico della maternità dando voce a vissuti femminili socialmente taciuti.

Le panchine nel luogo comune sono simbolo di riposo, pensione, fuorigioco, bivacco. Una mamma in panchina invece è in perenne movimento, fisico e interiore, come una sportiva che sa di dover entrare in campo da un momento all’altro.

– Vai, vai a giocare.
-Non da solo le scale!
-Bimbo! No eh!
-Quanto ha? Ma è altissimo
-Lo può mangiare il cespuglio?

Due donne sono sedute agli estremi di una panchina.
Guardano avanti con certa preoccupazione.
Si rivolgono a bimbə che non vedremo mai ma di cui percepiamo la presenza, parlano tra loro e a loro stesse in un doppio registro quotidiano e intimo, un “ a parte “ shakespeariano che liberi in scena il proprio percorso di rinascita dopo la maternità.

-Tutto ciò che indosso da quasi due anni ha i bottoni fino all’ombelico. O una
scollatura molto coraggiosa. Le mie tette sono l’acquisto di cui non mi sarei pentita
se le avessi comprate. Solo che avendole avute
gratis non le ho mai apprezzate granché.-

Nell’incontro ricercano la sorellanza, l’amicizia, la comprensione reciproca attraverso il linguaggio della trasformazione che permea l’esperienza del corpo delle donne a prescindere dalle esperienze di ognuna.

-Mi ricordo dello scossone che ho avuto.
Io dico che sono salita sul cometa parto e da quando sono tornata, ancora faccio fatica a camminare come prima. No, non fisicamente. Esistenzialmente. Calpesto la terra sotto I miei piedi con pesantezza. Sono diventata un albero. Qualcosa del genere.-

Il progetto nasce dalla necessità di indagare i confini tra vita adulta e infantile nel tentativo viscerale e goffo di osservare ciò che è troppo pubblico per arrivare al cuore di ciò che invece resta tragicamente privato.

Barbara Giordano e Ivna Lamart

Solvay è un’esperienza che si struttura seguendo il format SEPHIROT®
PERFORMANCE
, spettacoli interattivi in cui le azioni compiute dai performer e dal
pubblico spostano la narrazione verso una zona o l’altra del testo: un sistema di
Gamification applicato all’esperienza di uno spettacolo teatrale, che ne cambia le
sue modalità di fruizione! I due protagonisti dello Scenario – ALFA e BETA – sono
due androidi che prendono vita in un mondo post-apocalittico, dove il clima è
impazzito e l’umanità è un ricordo sbiadito. Determinati a comprendere il destino del
loro creatore, si imbarcano in una missione per ricostruire il passato, esplorando le
meraviglie della scienza, della chimica e della fisica per risolvere l’enigma dei
cambiamenti climatici. Le tematiche affrontate dalla performance riguardano infatti la
sfera dell’educazione ambientale: partendo da cause e conseguenze del
cambiamento climatico, si affronta l’importanza della biodiversità e dell’energia
sostenibile, per far sorgere domande come quale possa essere il ruolo di ognuno
nella costruzione di buone abitudini per preservare l’ambiente che ci circonda e che
lasciamo in eredità alle future generazioni. La performance si rivolge alla fascia dai 9
ai 12 anni, per un’esperienza educativa non frontale e divertente, che affronta grandi
temi senza diminuirne gli aspetti tecnico-scientifici, ma cambiandone piuttosto
l’approccio di fruizione: anziché ascoltare passivamente delle nozioni, i ragazzi
potranno agire in prima persona, prendere scelte oculate e collaborare per arrivare
ad output narrativi tangibili e memorabili. L’esperienza prevede infatti dei momenti
dedicati esclusivamente all’azione del pubblico, coadiuvata dai performer e dal
regista in scena. Attraverso una serie di giochi, esperimenti scientifici e scelte etiche,
i giocatori devono sfruttare la loro conoscenza scientifica per aiutare Alfa e Beta a
progredire nel loro viaggio. I momenti di interazione saranno esperiti anche tramite
“Sephirot – il DoPPioGioco”, fusione tra il format SEPHIROT® PERFORMANCE e il
software per interactive storytelling “DoPPioGioco”, sviluppato presso il CIRMA
(UniTo) nel 2018. “Sephirot – il DoPPioGioco” è la prima build funzionante e
applicabile in scena che fonde e amplifica i due sistemi, generando un’ Immersive
and Interactive Theater Digital Performance. Grazie all’utilizzo di telecamere, saremo
in grado di implementare diverse modalità di interazione per i partecipanti
all’esperienza: ad esempio il riconoscimento di pattern fotografici per puzzle e quiz o
il conteggio delle persone che occupano una certa area dello spazio.